Utilizzo di farmaci in gravidanza prima e dopo l’infezione da COVID-19 nella popolazione europea
Qual è stato l’impatto della diagnosi di COVID-19 sul consumo di farmaci tra le donne in gravidanza?
Contesto della domanda
La pandemia da COVID-19 ha avuto un profondo impatto sulla salute globale sollevando particolari preoccupazioni in merito al trattamento delle donne in gravidanza infettate dal virus. L’uso di farmaci durante la gravidanza rappresenta notoriamente una questione delicata, che richiede un’attenta valutazione del bilancio tra benefici terapeutici e potenziali danni per la madre e il feto. Durante la gestazione, le modificazioni fisiologiche del sistema immunitario possono aumentare la vulnerabilità delle donne a infezioni gravi, tra cui il COVID-19. Numerosi studi, infatti, hanno evidenziato che le donne in gravidanza infettate dal virus presentano un rischio maggiore di sviluppare forme severe di malattia con una maggiore probabilità di ricovero in terapia intensiva, necessità di un supporto ventilatorio e, nei casi più gravi, esiti fatali, rispetto a donne con profilo di età e rischio simili.
Sin dalle prime fasi della pandemia, è emersa con chiarezza la necessità di rivedere e riorganizzare i percorsi di assistenza per le donne in gravidanza. Tuttavia, nei primi mesi, le evidenze scientifiche disponibili erano limitate e spesso discordanti. Di conseguenza, le donne incinte sono state trattate seguendo protocolli simili a quelli della popolazione generale, con particolare attenzione al monitoraggio dei sintomi di insufficienza respiratoria e al rischio trombotico. A tal proposito, sono stati raccomandati rispettivamente i corticosteroidi e la terapia antitrombotica, quest’ultima già indicata nelle linee guida per le donne in gravidanza a rischio di eventi trombotici, indipendentemente dall’infezione da SARS-CoV-2. Per quanto riguarda gli antivirali, invece, il loro utilizzo è stato suggerito solo nei casi più gravi, con estrema cautela a causa della scarsità di dati sulla loro sicurezza in gravidanza.
Per far fronte a questa carenza di informazioni, l’Agenzia Europea del farmaco (EMA) ha deciso nel 2020 di finanziare il progetto COVID-19 infectiOn aNd medicineS IN preGNancy (CONSIGN), con l’obiettivo di analizzare dati provenienti da diverse fonti sanitarie europee, al fine di generare evidenze sull’uso dei farmaci in gravidanza, sia nelle donne affette da COVID-19 sia in quelle sane. Grazie a questa iniziativa, l’EMA e le altre autorità regolatorie hanno potuto accedere a informazioni fondamentali sugli effetti dei farmaci per il COVID-19 sulla salute materno-fetale facilitando così una valutazione accurata dell’adeguatezza dell’uso dei farmaci in gravidanza e l’eventuale necessità di misure volte a ridurre i rischi associati. Il progetto CONSIGN nasce dalla collaborazione di oltre trenta ricercatori internazionali e dell’analisi di nove fonti di dati sanitari da otto paesi europei: Regno Unito, Spagna, Francia, Germania, Danimarca, Italia, Norvegia e Svezia. Tali dati provengono da fonti eterogenee, tra cui banche dati elettroniche della medicina generale, amministrativo-sanitarie o talvolta in grado di integrare informazioni contenute in registri elettronici di diversa natura. Il progetto CONSIGN comprende tre diversi obiettivi: 1) stimare la prevalenza d’uso dei farmaci nelle donne in gravidanza affette da COVID-19, 2) confrontare la prevalenza dell’uso di farmaci tra le donne in gravidanza affette da COVID-19 con quella delle donne in gravidanza senza COVID-19 e 3) confrontare la prevalenza d’uso dei farmaci tra le donne in gravidanza con COVID-19 e le donne in età riproduttiva non in gravidanza con COVID-19. In questa scheda ci concentreremo sul primo obiettivo e presenteremo i risultati generati attraverso l’utilizzo dei dati sanitari provenienti da cinque degli otto paesi europei partecipanti al progetto. Il protocollo di studio è stato registrato nel registro pubblico EU PAS (numero di registrazione: EUPAS39438). Il rapporto finale dello studio è disponibile sulla piattaforma pubblica Zenodo.
Risposta alla domanda
Durante la gravidanza, l’uso di farmaci antitrombotici in donne con COVID-19 ha mostrato una notevole variabilità tra le fonti di dato. In particolare, abbiamo osservato un incremento significativo dell’uso di questi farmaci in Toscana, in Francia (soprattutto nel secondo e terzo trimestre) e nelle regioni spagnole di Valencia e Aragona. Al contrario, in Galles e Norvegia, l’aumento è stato minimo o assente. Tale differenza potrebbe essere attribuita alle diverse linee guida adottate nei vari paesi. In Spagna, ad esempio, le linee guida più permissive hanno probabilmente contribuito a un aumento consistente del consumo di farmaci antitrombotici nel corso dei trimestri di gravidanza per le donne risultate positive al COVID-19. Al contrario, nelle regioni/ nazioni che avevano indicazioni più restrittive, limitando l’uso di questi farmaci ai soli casi di malattia grave, l’aumento è stato più contenuto. Per quanto riguarda l’uso di antibiotici, antivirali e corticosteroidi, non abbiamo riscontrato un aumento significativo in seguito alla diagnosi di COVID-19. Questo suggerisce che tali farmaci non sono stati impiegati di routine nel trattamento del COVID-19 in gravidanza, probabilmente a causa di una valutazione più cauta del rapporto rischio-beneficio, in particolare per quanto riguarda i potenziali effetti avversi sul feto. In sintesi, mentre l’uso di antitrombotici è variato significativamente tra le regioni/nazioni considerate, l’impiego di altri farmaci è rimasto più uniforme, riflettendo una cautela generale nel trattamento del COVID-19 in gravidanza e la necessità di bilanciare attentamente i rischi per la madre e il feto.
Per comprendere la metodologia adottata per giungere a questa risposta e visionare i risultati dettagliati consulta il capitolo di riferimento:
Autori
Olga Paoletti, Giulia Hyeraci – ARS Toscana, Firenze
Consulta il documento e scarica le slide:
Presentazione del Rapporto sui farmaci in Toscana 2025