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Le misure di restrizione applicate durante la primavera e l’autunno 2020 e le modalità di utilizzo delle terapie croniche nella popolazione generale

Data pubblicazione: 06 Agosto 2026

Le misure di restrizione applicate durante la primavera e l’autunno 2020 hanno modificato le modalità di utilizzo delle terapie croniche nella popolazione generale?

Contesto della domanda

La fine del 2019 è stata caratterizzata dalla rapida diffusione nella regione di Whuan in Cina di un nuovo ceppo virale denominato SARS-CoV-2. Tale agente virale appartiene alla famiglia dei coronavirus ed è responsabile di quella che nel marzo 2020 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha definito come sindrome respiratoria acuta nota anche come COVID-19. COVID-19 può presentarsi con dei quadri clinici molto diversi tra di loro ma che generalmente includono: febbre, tosse, polmonite, mialgia, diarrea, perdita dell’olfatto e del gusto. Tali sintomi sono spesso associati con un quadro clinico grave che comporta l’ospedalizzazione e la necessità di cure specialistiche. Tuttavia anche i casi asintomatici rappresentano un problema di sanità pubblica perché responsabili in maniera silente della diffusione del virus nella popolazione generale.

Il virus si è rapidamente diffuso in diversi paesi del mondo e nelle ultime settimane di febbraio 2020 sono stati identificati due casi di COVID-19 in Lombardia. Questi purtroppo non sono stati dei casi isolati, infatti nei giorni successivi il numero dei casi è aumentato esponenzialmente in diverse regioni del nord Italia tra cui Veneto, Emilia-Romagna e Toscana. La rapida diffusione del virus nella popolazione generale, la gravità della sintomatologia causata dal virus e la mancanza di strategie terapeutiche capaci di ridurre il contagio e/o trattare i pazienti ha obbligato le autorità competenti a introdurre delle misure restrittive per limitare la circolazione del virus nella popolazione. Tali misure dapprima sono state applicate solo in alcune zone d’Italia, successivamente il crescente numero dei contagi e dei ricoveri ospedalieri hanno imposto l’obbligo di istituire il primo lockdown nazionale che ha interessato tutto il territorio dal 10 marzo 2020 al 15 giugno 2020. Durante il primo lockdown le attività considerate non essenziali sono state chiuse, i lavoratori sono passati in regime di smartworking ove possibile, le scuole e le università sono state chiuse. Queste erano solo alcune delle misure incluse nel decreto attuativo per il contenimento del virus che poi verrà successivamente ribattezzato con il motto “io resto a casa”). Parallelamente si è assistito ad una completa riorganizzazione dei servizi sanitari volta da un lato a consentire le cure ai soggetti malati di COVID-19 dall’altro a garantire le cure assistenziali ai soggetti non-COVID-19. Tuttavia l’organizzazione dei servizi ha comportato una dilatazione dei tempi di attesa e la cancellazione in alcuni casi di ospedalizzazioni programmate, visite specialistiche e campagne di screening. Tali misure hanno contribuito all’abbassamento del numero dei contagi che ha portato in una prima fase all’allentamento delle norme di restrizione imposte dal lockdown e successivamente alla completa eliminazione del lockdown. Tuttavia dopo una riduzione del numero dei contagi durante l’estate del 2020 i mesi di settembre ed ottobre sono stati caratterizzati da un nuovo aumento del numero dei casi che ha portato all’introduzione di un secondo lockdown, questa volta non più a livello nazionale ma regionale. In tale periodo le misure di restrizione per limitare la diffusione del virus erano fortemente correlate alla situazione epidemiologica di ogni singola regione. In Toscana, il 16 novembre a seguito dell’aumento del numero dei contagi si è introdotto il lockdown regionale che prevedeva un regime di massima allerta come indicato dallo stesso decreto attuativo per le regioni definite in zona rossa. La portata di tale situazione sanitaria potrebbe aver influenzato l’accesso alle cure da parte della popolazione generale. In tale contesto non è da escludere che i due lockdown seppur abbiano contribuito alla riduzione del numero di casi COVID-19 nelle varie regioni potrebbero aver modificato le modalità di trattamento dei soggetti che seguivano una terapia cronica nonché dei nuovi casi che potenzialmente potrebbero aver avuto bisogno di un trattamento farmacologico. Per tale motivo il presente lavoro ha avuto lo scopo di valutare, nella popolazione generale, l’impatto dei due lockdown sulla prevalenza e l’incidenza d’uso di alcune classi terapeutiche solitamente utilizzate in maniera cronica o per lunghi periodi e che richiedono uno stretto monitoraggio da parte del medico.

Risposta alla domanda

L’analisi dei database amministrativi sanitari della Toscana ha permesso di analizzare l’impatto dei due lockdown sull’utilizzo di tre classi di farmaci utilizzati per patologie croniche nella popolazione generale: anticoagulanti, antiepilettici ed antidepressivi.

I risultati del presente studio evidenziano una riduzione d’uso di tutte e tre le classi di farmaci, tale fenomeno è risultato particolarmente evidente per i nuovi utilizzatori di farmaci. Il post-lockdown è stato caratterizzato da un incremento dell’utilizzo di tali farmaci, in particolare gli anticoagulanti hanno raggiunto i medesimi livelli registrati durante il pre-lockdown mentre per gli antiepilettici e gli antidepressivi si è osservato un incremento superiore all’atteso indice da un lato di una ripresa dei servizi dall’altro di un potenziale effetto rebound. Il secondo lockdown non sembra aver causato variazioni significative dell’utilizzo dei farmaci analizzati. Tale dato potrebbe indicare una maggiore reattività dei servizi durante il secondo lockdown rispetto a quanto accaduto nel primo lockdown dove i servizi erano impreparati a fronteggiare la nuova emergenza sanitaria e a gestire le cure adeguate sia ai pazienti COVID-19 che a quelli non-COVID-19.

I risultati del presente studio portano ad interrogarsi sui potenziali effetti a medio-lungo termine del fenomeno osservato. Per tale motivo nuovi studi si rendono necessari per valutare se la riduzione dell’uso dei farmaci esaminati sia stata poi associata ad un aumento di eventi avversi nella popolazione generale.

 

Per comprendere la metodologia adottata per giungere a questa risposta e visionare i risultati dettagliati consulta il capitolo di riferimento:

scarica il capitolo completo in PDF

Autori 

Ippazio Cosimo Antonazzo, Carla Fornari, Eleonora Cei, Lorenzo Giovanni Mantovani e Giampiero Mazzaglia - Centro di studio e ricerca sulla Sanità pubblica, Università degli Studi di Milano-Bicocca, Monza

Olga Paoletti, Claudia Bartolini, Rosa Gini - Agenzia regionale di sanità della Toscana, Firenze, Italia


Per approfondire

Consulta il documento e scarica le slide:
Presentazione del Rapporto sui farmaci in Toscana 2021


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